martedì 26 febbraio 2013
Sindrome di Stoccolma
C'è un filo sottile che lega Berlusconi al suo Paese, una morbosità che ha del patologico, una fede che ha del trascendentale. All'Italia non sono bastati vent'anni di promesse mancate, di alchemici slogan che non hanno portato a nulla. L'uomo solo al comando, che ha fatto dello Stato una propagine personalissima degli specifici interessi da imprenditore, che ha abusato e violentato la democrazia, con malizia e piacioneria, con violenza e con l'arma del sessissmo e del vittimismo giuridico, non è morto (politicamente) nemmeno questa volta.
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giovedì 24 gennaio 2013
9/11/CRACK
Questo manifesto nasce dalla rabbia e dalla paura. Dalla rabbia di chi quel giorno di Novembre di 14 mesi fa, vedeva il suo Paese sgretolarsi sotto gli occhi, con la terribile sensazione di essere inermi, e poi ha scoperto che dietro c'era un vile fine politico. Dalla paura di sentirsi davvero scivolare nel baratro, con una velocità ed una tragicità spiazzante.
Quel giorno di Novembre, io lo ricordo bene, ricordo bene l'angoscia con cui seguii infinite dirette TV che riportavano l'impennata fuoribordo dello SPREAD. Ricordo le faccie scomposte e ghibelline dei politici, che si ragguagliavano solo ora dello sfacelo del Paese. Ricordo la sensazione che fosse tutto finito, che alle porte avessimo la Grecia della Troika.
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sabato 19 gennaio 2013
Il Frankenstein elettorale
Nella notte più buia della Repubblica Italiana,mentre crollava tutto, in un caveau di palazzo, una cerchia di folli e psicolabili si riunivano per compiere un esperimento epocale, che avrebbe cambiato la storia del Paese. Il progetto era a metà tra il crimine e la genialità, e poco importava dell'etica e del giuramento di Ippocrate.
Diedero vita al Frankenstein elettorale. Il suo corpo politico venne assemblato dai becchini del parlamento, che racimolarono qua e là brandelli di lobbysti e conservatori di vecchia data. Una volta che tutti i pezzi furono trovati, e raggruppati su un bancone di legno di castagno, toccò al Capo degli Scienziati l'infame compito di dare vita all'inerme, di fare forma all'informe. Il suo fu un tocco divino, che di colpo mise in moto la perfetta macchina biologica dell'essere. Per molti fu più che un padre, ma più verosimilmente un creatore.
Deus ex machina.
Il Frankenstein elettorale, metà politico e metà tecnico, venne battezzato in un giorno di novembre, con un bagno di folla e di demenza. Il suo elefantismo conclamato ed il suo aspetto mostruoso, furono perdonati dal piccolo-popolo della domenica, nel nome della pietas e dei suoi modi sobri e mansueti.
La creatura, moderno Prometeo della democrazia, stretto nella cerchia della elite borghese, nel morboso abbraccio della propaganda massiva, difeso dalla voce grossa dell'Europa degli scienziati; crebbe. E mentre cresceva credette davvero di essere amato dagli altri, nonostante la sua spudorata diversità.
Poi un giorno il suo creator lo rinnegò (come si rinnegano gli errori), disconoscendo la paternità di quel mostro, che ormai era cresciuto troppo anche per lui. Nessuno poteva più accettare quella aberrazione semantica, nessuno voleva più l'ingombrante presenza del tecnocrate di Bruxelles.
Da quel giorno, così, il moderno Prometeo della democrazia vendette la sua anima al diavolo per poter essere come tutti gli altri. Un politico senza se e senza ma. Un bugiardo cronico, che stringeva mani e si pavoneggiava dinanzi la macchina del One-man-show.
Il Frankenstein elettorale, ormai autosufficiente, poteva finalmente compiere la sua finale mutazione, pronto ad essere conductor in mare e in cielo, oracolo di una terra senza limiti e senza poesia.
(N.B. quello riportato è un racconto frutto di fantasia, che poco attiene alla realtà delle cose)
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giovedì 17 gennaio 2013
Mali 1984
(scena tratta dal film Nineteen Eighty-Four, regia di Michael Radford, basato sul romanzo 1984 di George Orwell. Il film è stato interpretato da John Hurt, Suzanna Hamilton e Richard Burton).
Winston, leggendo dal libro "Teoria e pratica del collettivismo oligarchico"
- In conformità con i principi del bipensiero, non ha importanza che la guerra ci sia davvero o che essendoci la vittoria sia impossibile; scopo della guerra non è la vittoria, ma la continuità, scopo essenziale del conflitto moderno è la distruzione di quanto prodotto dal lavoro umano. Una società gerarchica è possibile solo sulla base della povertà e dell'ignoranza. Come principio, lo sforzo bellico è sempre programmato per tenere la società alla soglia della fame, la guerra è scatenata dal ceto dominante contro i suoi stessi soggetti, e lo scopo non è la vittoria contro l'Eurasia o l'Estasia, ma quello di mantenere intatta la struttura della società.-
-Giulia, sei sveglia ?
Oh Giulia, esiste la verità e la non-verità. Chi si aggrappa alla verità, anche se solo, non è pazzo. Giulia amore mio, ora ho capito il come, ma non capisco il perchè.
lunedì 14 gennaio 2013
COMUNISMO! (alla rovescia)
Think Different. Così recita il mantra nella reclame del prodotto più IN del tempo. Questo messaggio, come una matrioska, contiene dentro di sé un altro messaggio: l'assioma per il quale, dotandoti di ciò che la reclame ti propina hai compiuto una scelta libera, e che quella scelta libera ha fatto di te un essere differente.
Appunto di differenza vorrei parlare oggi. Cosa c'è di tanto differente tra la grande era del libero mercato che impone in modo subliminale, e il vecchio regime statalista e omologatorio del Comunismo ? Niente! (evidentemente è la mia risposta, altrimenti mi sarei risparmiato di scrivere questo post).
Il grande fascino del libero mercato, che a onor del vero ha lusingato e corrotto tutti (me compreso), infondo parte dal princpio opposto a quella retorica Marxista-Leninista del tutti uguali, dello statalismo che imponeva una macchina per tutti (la macchina del pedalante), una casa per tutti (la tana del manovale), un lavoro per tutti, un salario per tutti, una famiglia per tutti.
Il Libero mercato si fonda sul paradigma elementare: domanda-offerta. Io quindi, consumatore, tra le tante merci presenti sul libero mercato, e a mia disposizione, scelgo te che sei la più bella, che sei la più cara, che sei la più utile. La concorrenza e la globalizzazione avrebbero dovuto amplificare questa grande liberazione dell'uomo qualunque (della visione Marxista), donandogli quel libero arbitrio che prometteva sconfinato edonismo personale. Think Different incarna pienamente questo spirito; immaginate milioni e milioni di persone, che acquistano lo stesso prodotto, in ogni angolo del mondo, e mentre lo acquistano leggono sulla interfaccia questo apostolico messaggio di libertà. Ah, io sono libero di comprare un I-Phone!(per non fomentare la truce battaglia tra Apple-affected e Samsung-affected, potrebbe anche essere un Galaxy III).
Lungi da me riportare qui la trita questione sullo stasus symbol,che rappresentano oggi tali prodotti, piuttosto che la grande questione circa la nostra società dei mass-media.
L'appunto che si vuole portare avanti in questa sede è solo uno. Il Liberismo che professava sgomento totale per la pesante retorica di omologazione, ne ha semplicemente riprodotta una sua nuova personalissima versione. Il Liberal-Comunismo lo chiamerei io.
Un mondo in cui, su pressione dei mercati, si sviluppano enormi fenomeni di omologazione, si impongono massive tendenze. Sebbene il libero mercato sia così vasto e variegato, la gamma delle merci che invadono la grande distribuzione sono pressappoco le stesse. Insomma, al posto del Grande Partito Comunista, ad imporci la nostra automobile, oppure il nostro computer, piuttosto che la frutta che vogliamo sono le Grandi Multinazionali.
Evidentemente questo non significa che sia necessariamente un male, ne che in una scala di valori il comunismo sia più auspicabile del liberismo, si intende. Quello che si vuole affermare qui, con l'autorevole voce che mi è consentita, è che entrambi hanno attinto alla stessa cultura dell'omologazione, ed entrambi hanno fatto ricorso alla propaganda alla rovescia : Think Different, potrebbe essere scritto sulla confezione di un tablet piuttosto che sulla bandiera della URSS; provocherebbe in me lo stesso senso di ilarità e sconforto.
sabato 12 gennaio 2013
Truman Show
A prscindere da qualisasi sia il proprio orientamento di voto, la propria appartenenza ad una particolare area politica, se dovesse avverarsi quello che oggi Beppe Grillo ipotizza per l'ammissione alla competizione elettorale, il nostro Paese sarebbe diventato realmente e inoppugabilmente il Truman Show evocato dal comico. Se a essere esclusi fosse il suo movimento, la lista civica di Ingroia, o addirittura quella del Conte Duca Balabam (mio acerrimo nemico, si intende).
Sarebbe impossibile nascondere la farsa che vuole farsi realtà, la rappresentazione che supera il reale, la narrazione che oltrepassa il narratore. Tutto crollerebbe in una notte, tutto quello che abbiamo creduto di vivere con così tanto vivido senso realistico; dalle bagarre tra le parti e la tanto amata altalena dell'alternanza. La Grande-Macchina dell'apparato di Partito si mostrerebbe in tutto il suo totalitarismo, in tutto il suo siderevole cannibalismo atavico.
Ci renderemmo conto, come usciti da una notte immensa e febbrile, che abbiamo vissuto di proiezioni farlocche ed evanescenti commedie di (falsa) rappresentatività parlamentare.
Tutto crollerebbe in una notte, perchè la democrazia perderebbe quasi tutto il suo senso, quasi tutta la sua credibilità, verrebbe meno quel poco che resta del sentore di uno Stato.
A perdere non sarebbe quella parte politica (che può o non può piacere) ma tutto l'apparato -Italia che pensavamo fosse democrazia vera, ma che drasticamente si rivelerebbe per il suo essere una becera stanza degli specchi.
Tutto crollerebbe in una notte, perchè quello che avevamo pensato di aver costruito insieme, (grazie ai nostri padri costituenti) si sgretolerebbe irrimediabilmente, piegandosi su sè stesso come un castello di carte, lasciando un solco non più recuperabile tra le Istituzioni e il (così detto) popolo. Non ci sarebbe più Stato, semplicemente perchè nessuno crederebbe più a Gesù avendolo visto sprofondare sulle acque. Precipiteremmo in una distropia collettiva di autoditruzione, per cui se lo Stato non è più garante della democrazia, allora la democrazia andrebbe ricercata sotto altre forme.
Tutto crollerebbe in una notte, perchè l'astenzionismo schizzerebbe al 70% e gli organi elettivi altro non diventerebbero se non stucchi superficiali, superfetazioni della Repubblica Parlamentare e rappresentativa che dovremmo essere.
Qui non ne va della possibilità di questa o quella formaziona politica di entrare in Parlamento, sia chiaro. Qui si tratta di salvaguardare quel poco che resta di Stato, e quel residuo di democrazia che ci hanno lasciato. Perchè se tutto crolla in una notte, quel che resta è solo rovina e macerie, banchetto per sciacalli e profanatori del tempio.
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giovedì 10 gennaio 2013
The Telegraph
Salve carissmi e stimatissimi lettori, per vostra fortuna quello che sto per propinarvi oggi non è la distorta cronaca transqualunquista di sempre. Vi voglio risparmiare le mie stucchevoli congetture sul mondo, e sull'esistenza. Per questa volta meglio riportare l'Articolo di un serio giornale, che personalmente penso di notevole interesse (nonostante possa apparire troppo specifico ai più), e che penso sia passato inosservato a molti. Si tratta di un articolo del giornale britannico The Telegraph (qui l'articolo originale) dell'editorialista finanziario Ambrose Evans-Pritchard. Questo a dimostrazione che il noto giornale, si sia trasormato in un covo di sovversivi e anti-polici, alla stregua delle BR e dei terroristi di Al-Quaeda. Maledetti filo-bolscevichi e mini-eversivi.
Qui sotto riporterò la traduzione, per chi come me, è troppo qualunquista per credere di dover imparare un'altra lingua (N.B. per i più pigri e bamboccioni si consiglia anche la sola lettura delle parti in grassetto)
The Telegraph: "l'uscita di Mario Monti è l'unica via per salvare l'Italia"
L'Italia ha solo un grave problema economico. Ha la valuta sbagliata. L'Italia è più ricca della Germania in termini pro capite, con circa 9.000 miliardi di euro di ricchezza privata. Ha il più grande avanzo primario nel blocco dei G7. Il suo debito pubblico e privato combinato è al 265% del PIL, inferiore a quello di Francia, Olanda, Regno Unito, Stati Uniti o Giappone. Il paese si piazza in cima alla graduatoria dell'indice del Fondo Monetario Internazionale per "sostenibilità del debito a lungo termine" tra i principali paesi industrializzati, proprio perché ha riformato da tempo il sistema pensionistico sotto Silvio Berlusconi. "Hanno un vivace settore delle esportazioni, e un avanzo primario. Se c'è un paese nell'UE che potrebbe trarre beneficio dal lasciare l'euro e dal ripristino della competitività, è l'Italia, ovviamente", ha dichiarato Andrew Roberts di RBS. "I numeri sono davanti a noi. Pensiamo che la storia del 2013 non è quella di paesi costretti a lasciare l'UEM, ma di paesi che scelgono di andarsene".
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